C’è un verbo che ritorna spesso nei miei ricordi e non so per quale motivo è legato alle vicende del Monte. Il verbo è sperare, meglio speriamo. Il primo ricordo risale a quando incontrai per caso Gabriello Mancini in piazza Salimbeni durante la campagna elettorale del 2011. L’ex presidente della Fondazione saliva verso la Rocca per dare l’assenso al famoso aumento di capitale. Decisione che doveva onorare gli obblighi che Ceccuzzi aveva preso con una lettera inviata ai cittadini senesi dove si impegnava, se fosse stato eletto sindaco, a non scendere sotto il famoso 51 per cento. Mi ricordo che dissi a Mancini che a mio parere fare l’aumento di capitale sarebbe stata una sciocchezza e che avrebbe impiccato la Fondazione. Per contro Mancini mi rispose: speriamo bene! Tutti sappiamo come è andata a finire. Il secondo speriamo l’ho letto ultimamente e più precisamente in una risposta che Viola ha dato a chi gli chiedeva se l’aumento di capitale di cinque miliardi sarebbe stato sufficiente per rimettere il Monte in carreggiata. Speriamo ha risposto. E io devo replicare che i cinque miliardi non saranno sufficienti e che con molta probabilità ce ne vorranno molti di più, e l’amministratore delegato ce ne spiega anche le ragioni “oggi serve a rafforzare il patrimonio; se servirà anche a coprire i crediti lo si vedrà al termine degli esami BCE il cui risultato sarà comunicato a ottobre”.

Scusatemi ma questa volta non vi annoio con i numeri. Saranno, quindi, problemi dei soci. Si perché se c’è una cosa che l’ultima assemblea ha sentenziato è che ormai le questioni del Montepaschi sono un fatto privato dei soci, e fin qui poco da dire, ne prendiamo atto. Ci sarebbe poco da dire se fra i soci non ci fosse anche la Fondazione e se quest’ultima non avesse deciso di partecipare all’aumento di capitale per un impegno pari a centoventicinque milioni. Se le questioni della banca sono ormai un fatto privato, quelle della Fondazione rimangono pubbliche e investono la collettività senese e il suo futuro. Partecipare all’aumento di capitale da parte della Fondazione vuol dire solo anticiparne il suicidio e le sorti di Mancini e della Mansi diventano di fatto parallele. Non si capisce per quale motivo Siena debba fare un prestito gratuito alla banca senza riceverne per diversi anni nessun beneficio. Se poi, come sono fermamente convinto, questo è solo il primo degli aumenti di capitale, immaginate voi cosa resterà in mano alla Fondazione. Fondazione che ha diversi problemi da risolvere: dalle proprie partecipate, al costo di gestione dell’ente. Una decisione del genere, quella di partecipare all’aumento di capitale, non può essere presa senza una vera discussione mettendo sul tappeto del consiglio comunale e della città i dati necessari per valutare un provvedimento del genere. Al contrario, molte potrebbero essere le alternative di impiego delle risorse residuali. Non credo altresì che tale decisone sia stata suggerita per questioni di governance della banca, i numeri sono eccessivamente residuali per poter giocare una vera partita degna di significato. Non vorrei, al contrario, che anche questa volta le voci dei suggeritori di un suicidio annunciato vengano da fuori e non facciano i veri interessi del territorio senese. Sono abituato a scrivere in solitaria e per l’eternità ( il fur ewig di Gramsci) ma tanto devo al mio attaccamento a Siena.
Pierluigi Piccini

Gli spunti sollevati dal Sig. Piccini destano sicuramente un interesse e suscitano delle domande che certamente, da semplice cittadino della strada, porrò. Spero che il Sig. Piccini mi correggerà in queste poche spicciole considerazioni se forniranno un interpretazione errata del suo pensiero. Sostiene che l’affaire MPS è oramai un problema dei soci ( per la prima volta non più della città di Siena: visto che questa banca è stata radicata sul territorio decretandone le sorti dal 1472 converrà con me che sentire questa frase un po’ colpisce) ma se i percorsi di Fondazione e Banca sono oramai diversi vorrei conoscere che senso possa avere sottoscrivere un patto parasociale con enti terzi per governare il 9% di una banca che non senti più tua.