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Libero Contributo – UN ADDIO A CESARE BRANDI

8 luglio 2014

E così dopo una lunga sceneggiata frutto anche di divisioni interne alla maggioranza comunale la commissione ha partorito il famoso topolino. La proposta che ne scaturisce non ha nulla di quel progetto strategico (C. Brandi) necessario per rilanciare l’antico Spedale e della stessa città. Ci si muove nel ridotto nello spezzettamento gestionale del grande complesso museale fra la parte espositiva e quella dei servizi, quest’ultimi con i relativi recuperi edilizi. Viceversa le difficoltà finanziarie degli Enti locali e di quello di Siena, in particolare, imporrebbero delle scelte di priorità sull’attuazione di programmi e servizi da erogare. Le norme che regolano gli Enti locali impongono l’attenzione a scelte precise e chiare, soprattutto per quanto riguarda le gestione dei servizi pubblici locali a rilevanza economica.

Pierluigi Piccini

Pierluigi Piccini

Mentre aprono a soluzioni alternative, partecipazione dei privati, per l’attuazione di altri servizi di pubblica utilità non rientranti in quelli a rilevanza economica. Oramai è chiaro che per avere successo nell’attrazione dei privati nella gestione dei servizi di pubblica utilità definiti “tiepidi e/o freddi”, l’Ente locale deve fare delle scelte nette in cui, stabilito il limite dell’utilità sociale dell’intervento, lasci al privato, dentro precise condizioni, le scelte gestionali e strategiche. La normativa inerente il settore della cultura è ampia e articolata; lo è, in particolare, quella a presidio del patrimonio storico, artistico, culturale e paesaggistico, la cui tutela rientra fra i valori primari richiamati anche dalla Costituzione. Nelle esperienze Italiane, il patrimonio artistico e culturale ha una lunga storia di gestione pubblica, gestione motivata dalla qualità di “bene pubblico” del quale deve essere garantita un’ampia fruibilità. L’elemento di criticità è stato nel tempo, il prevalere, in modo quasi esclusivo, delle politiche di conservazione su quelle di valorizzazione, con ritorni economici sempre più bassi che non garantivano la gestione dei beni stessi, che si riflette tra l’altro, in una crescente difficoltà ad affrontare le spese relative allo stesso mantenimento del patrimonio, specie dove le risorse del bilancio pubblico destinabili alla conservazione siano limitate, come nel caso di Siena. La soluzione ipotizzata nella “bozza di documento di indirizzo per lo spedale di Santa Maria della scala” del Comune di Siena, parte da una scontata analisi dell’importanza del complesso e delle sue “teoriche” opportunità, ma individua delle soluzioni ambigue e poco chiare, difficilmente realizzabili sul piano economico perché portatrici di gravi diseconomie. Da una parte la scelta della fondazione in partecipazione, privilegiata più come soluzione per “superare” i limiti posti dalla contabilità pubblica e dal sistema pubblico degli appalti. L’obiezione che ci verrà fatta è che il privato sarà scelto con evidenza pubblica, ammesso che non si sappia già chi potrebbe essere il vincitore, questo tipo di scelta è come chiudersi in una gabbia con un leone e buttare via la chiave. Leone che dovrà partecipare al fondo di dotazione, mettendo denaro, come dovrà fare il comune per la quota di maggioranza e trovare i ricavi dalla semplice gestione espositiva. Senza contare, però, sulle sinergie che potrebbero derivare dalla parte data in project financig. Parte, questa, che dovrà essere inserita nei piani di sviluppo dell’ente Comune e che per ovvi motivi avrà la caratteristica di essere fortemente spezzettata. Dall’altra, quindi, il coinvolgimento dei privati, project financig, solo nella gestione dei servizi. Addio, quindi, a progetti unitari, tanto sbandierati negli atti di indirizzo, i numeri stanno ad indicare che il profilo del recupero è molto basso, pensato, con molta probabilità, per qualche gestore amico nella parte espositiva. La valorizzazione di un pezzo importante della città alla luce delle risicate finanze pubbliche, non può essere legata a soluzioni ibride, in cui la presenza del pubblico sembra esserci più per condizionare e facilitare le scelte che per una visione di “pubblica utilità”. Viceversa sarebbe necessario stimolare la produzione di documenti strategici di valorizzazione globale del complesso architettonico proposto ai e dai privati, con i giusti condizionamenti gestionali e/o societari e con i criteri della “pubblica utilità” stabiliti dal Comune. Documento che evidenzi il ritorno economico per gli investitori e che veda l’ente locale come facilitatore degli investimenti e nello stesso momento controllore della “pubblica utilità” specificata all’interno di un atto convenzionale, che conserva la chiave della gabbia, e non certo come socio  di qualsiasi forma societaria e/o associativa. Una operazione di grande respiro che sia innovativa anche sul piano delle procedure amministrative.

Pierluigi Piccini

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Categorie:libero contributo
  1. Silvia (quell'altra)
    8 luglio 2014 alle 6:21 pm

    come si prevedeva, non mi sembrano all’altezza di tanta impresa! Immagino che il dott. Piccini alludesse a CIVITA, il colosso romano-nazionale ben ammanigliato in politica (dare un’occhiata al sito che lascia capire molto). Le robuste protezioni garantiranno qualche operatività. Speriamo che il Palazzo almeno e la Torre restino fuori dell’affare.
    Tra parentesi, per i nostri ragazzi, è utile ricordare che la società dipendente che gestisce a Firenze ammise tranquillamente che i dipendenti se li prendeva a proprio esclusivo piacimento, suvvia non siamo un ente privato?

  2. pierluigi
    8 luglio 2014 alle 9:56 pm

    Non c’è solo Civita, guarderei con particolare attenzione a COOPCULTURA dove presidente è la figlia di Mauro Barni, Giovanna. Il Barni ha fatto la campagna elettorale sia per Ceccuzzi che per Valentini e il Vedovelli ha lasciato il posto all’università per stranieri, feudo storico del Barni, a una delle sue figlie. In più questa cooperativa ha la patente della laicità come ha sottolineato il giornale del Bisi non più tardi del 2 luglio di questo anno, quindi …………

  3. pierluigi
    8 luglio 2014 alle 10:17 pm

    O potrebbero allearsi (CIVITA, COOPCULTURA) come hanno già fatto proprio per la gestione del Santa Maria della Scala creando un blocco di potere fra la politica e gli operatori nel settore della cultura, per questo bisogna volare basso e chiudere tutti i varchi. La creatività legata ai progetti ambiziosi sarà per un’altra volta.

  4. Dantès
    9 luglio 2014 alle 10:00 am

    allora tutto è chiaro, grazie Dottore! Barni ha un po’ sbraitato (Palazzo Diavoli) facendo vedere che è capace di lanciare il sasso se vuole e poi è rientrato nella regola. Le due figlie controllano la città: da est a ovest, complimenti, ha consigliato bene, mi sembra. Barzanti invece, che ha fatto un percorso parallelo per certi versi mi sembra sia rimasto indietro A MENO CHE non lo appoggino in Fondazione: Barni e Bisi per sostenere il traballante Valentini? Insomma,si cambia qualche sigla per non CAMBIARE NIENTE, città irriformabile. Come l’Italia? Per Bisi non si vergognano di collaborare sia l’uno B che l’altro, chissà perché?

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