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Libero Contributo – Identità

4 ottobre 2014

Ho visto le foto dall’alto di piazza del Campo addobbata con piante e verde sintetico. Il tutto a colpo d’occhio non dava fastidio sembrava realizzato con accortezza. Merito che forse va attribuito ai giardinieri della Valdichiana che hanno portato le piante e forse al rispetto e alla soggezione che una piazza come quella merita e richiede. Ma al di là della realizzazione, cosa volevano significare simbolicamente quei raggi verdi e quel cerchio spezzato in fondo al catino di piazza? Probabilmente, il popolo che chiamato a raccolta, arriva e guidato dai fiori si siede in cerchio a costituire una collettività pronta al balzo, al gesto necessario a conquistare un traguardo, un obiettivo: Siena capitale della cultura europea. Tutte le altre manifestazioni sono andate o stanno andando in questo senso. La fune in piazza del Campo, le mani colorate su una tela, la catena umana che attraversa la città: il tentativo mediatico di costruire una collettività, una comunità. Operazione legittima, che al di là del risultato, la conquista del primato, ha un fine “nobile”. Solo che questa operazione non è riuscita, o meglio non sta riuscendo per diversi motivi. Gli organizzatori sono freddi, non trasmettono calore, non parlano linguaggi idonei. La famosa collettività non si sente coinvolta e se lo è, lo è solo superficialmente, non decodifica i linguaggi, non li fa propri.

Pierluigi Piccini

Pierluigi Piccini

Colpa di ascolta o di chi parla? Tralascio gli errori più minuti legati ai modi di dire, ai significati che da secoli attraversano Siena e che sono stati ignorati, nel migliore dei casi, o totalmente stravolti. Tralascio le questioni amministrative legate alla mancanza di trasparenza che tanto hanno fatto discutere in questi mesi. L’aspetto che voglio sottolineare è l’uso di apparati comunicativi falsamente moderni, modernisti, che hanno fatto sentire, la città e i suoi cittadini, uno fra i tanti, subalterni a comportamenti che dovevano essere fatti perché così si deve fare lassù da qualche parte del mondo. E come si fa lo sanno in pochi, anzi lo sa uno solo. Il demiurgo della situazione, il resto: il cerchio verde, le mani colorate, la catena umana sono folclore il gesto di una sera, l’incontro di un amico, l’impegno di lavoro. Non si è mosso l’orgoglio di una città, la sua differenza, la sua particolarità. Quel patrimonio, quasi sconosciuto ai senesi, ma che gli appartiene nei comportamenti quotidiani, che lo fanno essere uno dei tesori più importanti ed esclusivi della civiltà occidentale. Civiltà che Siena ha contribuito a formare e dalla quale è stata formata. Quale occasione migliore, proprio in un momento difficile della sua storia, se non rivendicare una identità collettiva incardinata sulle sue radici. Ma per farlo bisogna conoscerle! Mi fermo qui, non entro nel dettaglio, almeno che qualcuno non voglia iniziare una discussione di merito. Nessuno me ne voglia, consideratele, le mie, delle riflessioni in libertà e mi auguro veramente che questa avventura possa avere dei risultati positivi. Rimane, almeno a me, il rammarico di una occasione perduta.

Pierluigi Piccini

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Categorie:libero contributo
  1. Amp Less
    4 ottobre 2014 alle 6:01 pm

    Forse Siena è una città arroccata su se stessa?
    Nessuno voleva l’autostrada a suo tempo…tanto c’è il Monte….quando vennero l’Hare Krishna? calci in culo fino alla stazione….concerto in fortezza a suo tempo (qualcuno mi ricordi meglio il fatto) forse anni 70, calci in culo anche a loro.e potrei continuare…siamo l’ennesima potenza del provinciale.

  2. Massaia
    4 ottobre 2014 alle 11:26 pm

    sì, non c’è stato calore, solo professionalità, tecniche, non vero coinvolgimento
    Il difetto principale è che il capo è un estraneo sentito come tale, anche bravo finché si vuole per alcuni, ma col difetto originario del tecnico: fa qui le stesse cose che avrebbe fatto a Matera o a Ravenna, applica un metodo, un’ideologia: cambiare il mondo con la Capitale?
    Più ideologico di così, come si fa a crederlo? Ha esagerato ha trattato i senesi come gonzi e dall’alto, avendo intorno personaggi ormai del tutto inaffidabili come la Carli, donna per tutte le stagioni della sinistra? Mi scusi, niente di personale, ma a un certo punto bisogna ritirarsi, gentile signora. Ritagliandosi spazi meno coinvolti come Barzanti, ad esempio.
    Un retore che si ritira tra i libri, bene così. Amen

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