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La rubrica del Professore – La Repubblica di Siena cadde vittima di una faziosità irresponsabile

In questo momento di grandi incertezze sul futuro di Siena che, del tutto comprensibilmente, si cercano di contenere prospettando un futuro che può essere di forte ripresa (banca e Capitale della Cultura? non domani, quindi), la festa della Madonna celebrata a Siena con l’addobbo dei tabernacoli di contrada induce a una riflessione di tipo storico che può forse contribuire al dibattito. Quel che ci si chiede più comunemente, visto lo stato di confusione esistente nella maggioranza al Comune (non assente peraltro nelle minoranze) è che sbocco politico-culturale possa avere la più larga coscienza (finalmente acquisita) dello stato di crisi acuta in cui la città è entrata.

C’è un dato dal quale partire per prospettarsi degli scenari. La Repubblica di Siena cadde vittima di una faziosità irresponsabile e, fatto non trascurabile, non senza che già allora se ne avesse chiara coscienza. Ma al tempo del crollo (che può, con molti mutatis mutandis, compararsi con la svolta attuale nella storia cittadina) era già ben consolidata una radicata cultura della città e della sua eccellenza che non sarebbe andata perduta.

Il mito dell’eccellenza, coltivato dopo quel crollo con costanza, lucidità e sapienza, e consolidato da riti sempre più radicati e perfezionati attraverso i secoli (primo tra tutti il capolavoro del ‘teatro’ all’aperto, pubblico e in modo significativo gratuito, del palio delle contrade), avrebbe largamente supplito ai deficit di indipendenza politica e di prosperità conseguenti al 1555. Con il risvolto decisivo, però, della sua tendenza a tutto assorbire, in modo ‘totalizzante’. Si tratta di quell’unità civica basata sul forte senso della città che si è realizzata e salvaguardata al di là delle pur eclatanti differenze sociali e nonostante le disparità di orientamenti politici.

Perciò anche il costante, incrollabile, culto del mito ha significato una tendenziale insensibilità per il diverso e per il dissenso, non contraddittoria con l’ospitalità calorosa al nuovo venuto che sapesse omologarsi alla densa cultura cittadina. Di qui la formazione più o meno spontanea di un unanimismo di fondo per i partecipanti al ‘gioco’ urbano, al di là delle nuove faziosità paliesche funzionali al sistema. Quell’unanimismo è stato molto ambiguo nei suoi effetti sui tempi lunghi, per le silenziose espulsioni (materiali dalla città o anche solo provocate dalla marginalizzazione) dei ‘nativi’ non all’altezza della ‘parte’. Integrazioni o espulsioni nette, perché il mito collettivo fortemente ritualizzato non ama le vie di mezzo.

Ma non erano più le fasce di scontento politico del tempo repubblicano, che producevano pericolosa instabilità anche istituzionale per la discrasia tra la teoria e prassi del Buongoverno, tra proclami sbandierati per tutti e pratiche concrete di governo, con gli infiniti e accesi dibattiti – pur meno teorici che a Firenze – che portarono alle divisioni politiche premessa della crisi definitiva della Repubblica. Intanto però si erano fatte grandi cose (e non solo piccole) e si erano create le culture tecniche diversificate che potevano in così piccolo spazio materiale produrre tante cose belle e capacità specifiche sofisticate e durature nella città-casa di tutti.

I guai di Siena non derivano pertanto dal municipalismo medievale, come si continua a ripetere in modo semplicistico (e spesso consapevolmente interessato?) quanto dalla omologazione ‘moderna’, con i suoi aspetti di formalismo e di quietismo, di conformismo controriformistico, di solidarismo da ideologia e da necessità più che da intima convinzione.

L’intreccio, perfezionatosi a Siena solo in età ‘moderna’, di istituzioni pubbliche e di chiese, contrade e confraternite, e l’indistinzione di pubblico e di privato sono stati solo per qualche tempo minacciati dall’offensiva liberale e laica dell’Ottocento. Ora possiamo chiederci se non si siano ricreati in nuove forme nel corso del Novecento con il revival ecclesiastico concordatario e infine con l’incontro fatale delle dirigenze politiche (tendenzialmente oligarchiche) di ispirazione e/o formazione comunista e cattolica all’insegna di parole d’ordine dal fascino irresistibile come partecipazione popolare e solidarietà.

Tutto perciò, in modo endogeno per gli sviluppi interni e indirettamente per gli influssi esterni, sembra aver cospirato a conferire a Siena un profilo di capitale dotata di una sua forte stabilità culturale e ideale.

Non deve perciò meravigliare se eventi congiunturali pur gravi, come quelli recenti (non solo criminali) che hanno investito la città, incideranno non profondamente su una struttura ‘costituzionale'(=culturale) così profondamente radicata: insomma, su una coscienza collettiva nonostante tutto ben salda e che ha trovato da tempo stabili rimedi-rifugio alla decadenza dagli antichi splendori. Le contrade, creazione ‘moderna’ rinforzata dal recente, lungo benessere congiunturale e ora come probabile, e non paradossalmente, dalla crisi, hanno avuto e hanno un ruolo fondamentale in questa vicenda che a qualcuno è parsa banalmente ‘tribale’.

Neppure in conseguenza di un (probabile) indebolimento (serio) di quel benessere di cui la città ha goduto nell’ultimo mezzo secolo grazie alla banca, eccezionale rispetto alla consistenza strutturale di lungo periodo, c’è da attendersi significativi cambiamenti.

E’ solo una previsione questa mia, sia chiaro, e non so neppure se sia bene sperare che si riveli fondata.

In ogni caso, non è impossibile che abbia dalla sua la forza (poco resistibile) della storia.

10 replies to “La rubrica del Professore – La Repubblica di Siena cadde vittima di una faziosità irresponsabile

  1. prof., ma non è troppo difficile? mi scusi ma io non ci ho capito moltissimo, a parte l’accordo delle oligarchie, quelle sì che le abbiamo avute e le abbiamo sotto gli occhi, solo che litigano e bloccano la città, lo sa delle commissioni consiliari, ne sono sicura

  2. Vedrà che non interviene nessuno, caro professore, la città è morta e sepolta e non può capire neppure le cose che parlano di lei. E’ scritto complesso (chissà se Valentini ci chiappa? se sì ne parlerebbe per 2 ore in canale 3 che gli dà gran fiato) e non dà speranze se ho ben capito. L’unico solerte sempre è il dott. Tucci. Ma quel Piccini, l’ex-sindaco, bravo per carità, lei lo ha mai visto intervenire su scritti altrui? Troppo presuntuoso, troppo.
    Sarebbe bello che qualcuno lo segnalasse alla nuova presidente della Fondazione. Speriamo non sia solo una bella statuina, ma sarà solo invidia?

  3. Mi sembra che ci siano pochi dubbi. In sostanza dice 1- che i senesi sono così presi e distratti da miti e riti palieschi che trascurano per cultura antica ormai la gestione della città, 2 – che la cultura antica porta a votare i solidali, i collettivisti, insomma i PD o come si vorranno chiamare.
    Extra ecclesiam nulla salus, questo è il senso. Il deviante a Siena può sbraitare finché vuole, può aver ragione milioni di volte, come l’avevate voi delle liste civiche, caro Federico, ma non si sfonda. Chiederesti al senese di rinnegare se stesso. Non est de hoc mundo.
    Non so bene che replicare perché sotto sotto temevo qualcosa del genere. Basta che ricambino qualche faccia, com’è avvenuto con Valentini e tutto riparte come sempre!.

  4. Una domanda al Professore la farei io..per il gusto del dibattito: ma la colpa oltre che della gran parte di cittadini distratti…non sarà mica anche di ‘certi notabili senesi’ che, pur avendo i requisiti, e in privato anche le motivazioni…poi proprio non ce la fanno a fare il passo in avanti necessario per mettersi a capo di un fronte di unità cittadina? Che si aspetta che lo faccia – con tutto il rispetto – il simpatico (e pur combattivo) Pinassi? La società senese – se vuole ripartire- deve fare UNA RIVOLUZIONE BORGHESE. ma ci deve essere chi ha il coraggio di porsi a capo e dirigere la baracca… (con tutti gli annessi e connessi del caso). Siena città borghesissima…piena di persone degnissime…ma BEN ATTENTE A METTERSI IN VISTA ECCESSIVA, sopratutto contro lo status quo. E allora, per concludere – caro Professore – convinca Lei qualche ‘notabile’, gli affianchi la sua competenza, chiami a raccolta qualche suo valido amico e riunisca introno a Lei&iSuoi qualche buona idea….Perchè fare l’intellettuale va bene….ma se si parla di poltica…allora è necessario – Lei che ne ha competenza, storia e struttura – che si dia da fare….Altrimenti è solo un chiacchiriccio non utile a nessuno. Non trova?

  5. sì, non c’è speranza, ci rimeditavo, chi ha lo stomaco si iscriva la PD e veda di lavorare all’interno, tanto non c’è altro da fare, forza, boys, io fortunatamente sono fuori gioco per limiti di età (secondo i vecchi limiti pensionistici a dire la verità)

  6. ma gli intellettuali di Siena non leggono? qui c’è un’ipotesi di lettura della storia senese molto pesante, non ci sarebbe da prendere posizione? Barzanti non leggerà perché è troppo impegnato con le sue presentazioni di libri, ma gli altri?

  7. Cari intervenuti, grazie! e’ stato colto nel complesso il senso: che per i motivi storici profondi indicati a Siena ci sia posto solo per il grande partito ormai; il resto non dà abbastanza fiducia per scuotersi da quell’idea di fondo che tanto la città sopravviverà comunque: ha visto passare Cosimo, Napoleone ecc. passerà anche per consunzione interna il PD, ma val la pena di darsi da fare? Questo è il pensiero prevalente; sono meglio gli altri? Il Pdl variamente camuffato? o le liste civiche che si prendono a carico il Cenni, responsabile centrale di questa situazione con Ceccuzzi, Mussari, Mancini? Non ci sarà più il MPS, si può ipotizzare al limite, ma per quanto tempo non c’è stato come realtà significativa? Siena si potrà impoverire ma i politici non potranno intaccare la sua cultura profonda, che vive del mito della città. Non siamo la città della Madonna? Qualche santo provvederà…
    Ho riletto le conclusioni di ‘Siena nella storia’ del 2000 e c’era già questa diagnosi, solo meno esplicita: l’avessi riletta prima non c’era da perder tempo con le liste civiche nel 2005-2011…. Per chi se ne vuole occupare, il problema centrale politico a Siena è raddrizzare il PD: chi vuole, può tentare con l’iscrizione e l’attività seria in esso (rafforzando i meno peggio) oppure con critiche esterne costruttive, che aiutino i ‘buoni’, pochi ma che pur ci saranno. Chi ha già dato, come me, può almeno tentare di salvare la città, il suo palio, le sue contrade, i suoi monumenti ecc., nelle contrade, con Italia Nostra, il Club Unesco, le varie associazioni culturali…e tutti i giorni vivere senza cadere nella faziosità, collaborando con tutti senza discriminare e meno che mai per motivi politici; solo sul merito si può distinguere! Essere selettivi in modo equilibrato, questo il problema.
    Ingenuità? Può darsi, ma almeno non devo niente a nessuno…e se mai ci sono tanti (non tutti) che si sentono grati per esser stati in vario modo aiutati…non s’invecchia serenamente in questo modo? Chi ancora non ha questa prospettiva, fortunato lui, veda di elaborare questi consigli secondo le proprie attitudini, e buona fortuna!

  8. Finalmente s’è capito dove vanno a parare i discorsi del Professore…! In un suo disimpegno dalla politica della Città, riappropiandosi del ruolo di intellettuale a 360°! Evviva! Finalmente un po’ di chiarezza.
    p.s: certo sconfessare il suo impegno nelle liste civiche 2005-2011 (test. “non c’er ada perder tempo…”).

  9. Caro Professore,
    rileggendola ancora, dopo il suo post-scriptum, mi sembra di capire che lei pensi che a Siena ci sia una vocazione ancestrale perché radicata in una storia illustre al partito… unico. Nulla salus extra ecclesiam! Chi ha tentato come lei e quelli della vecchie liste civiche, quelli che parlavano ai sepolcri imbiancati in consiglio e nelle circoscrizioni, l’ha toccato con mano.
    Però vede neppur lei aveva desistito per quanto l’avesse intuito nel 2000, come possiamo desistere noi più giovani? Noi dobbiamo far politica, ma DOVE?
    Lei consiglia il PD ma a Siena com’è possibile? Ci andrebbe un colpo d’ala di qualche suo dirigente che rivoltasse la frittata, ma dov’è? Mancuso? Forse è l’unico giovane ambizioso e capace ma non si è legato troppo a Valentini, modesto mio Dio e poi la storia del sms a Renzi lo ha distrutto, lui lo ha letteralmente scaricato.
    Un altro è forse Stefano Maggi, che mi sembra un uomo serio. Paolo Mazzini si è bruciato in Fondazione.
    Solo perplesso lo dico sinceramente. Renzi è sulla cresta dell’onda e dà veramente speranza di vincere. Cosa farà? Come potrà operare con le palle al piede che si ritrova? E a Siena chi veramente appoggerà? Per ora ha solo fatto il furbo, no?
    Giovanni Minnucci che fine ha fatto? Lei lo conosce bene mi consta, non può sentirlo?
    Ci scriva ancora, professore, credo che come me siano in tanti disorientati.
    Certo con gli imbrogli già sospettati sottobanco del Pdl a destra non c’è nessuna speranza.
    Anche il Piccini (PL) deve essere perplesso perché parla di banca ma non di politica. Oddio, peraltro lui di cappelle ne ha fatte tante!

  10. Caro Pietro,
    scusi per il ritardo. Mi era sfuggito il Suo messaggio. Non rinnego niente delle LCS, ma visto il prosieguo non c’è da pentirsi di aver perso tanto tempo? Non era più utile fare due o tre libri per chi lo deve fare di mestiere?
    L’articolo di cui sopra, del resto, spiega perché ‘storicamente’ non ne valeva la pena…

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