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La rubrica di Daniele Magrini – Pd, l’unanimità sospende la partita

22 settembre 2014

Daniele Magrini

 

firenze-06“Se si trovano d’accordo, nevica”. Così diceva un osservatore attento e disincantato delle cose del Pd senese, la mattina della direzione provinciale che ha poi sancito all’unanimità la designazione di Fabrizio Nepi come candidato alla Presidenza della Provincia. Beh, in effetti a Firenze venerdì mattina la bomba di grandine ha sparso una coltre bianca sulla città. Ma l’apparenza inganna. Non era neve quella, così come non è segno di unità reale, l’unanimità raggiunta nel Pd con la designazione del sindaco di Castelnuovo
Berardenga. Perché le dimissioni di Juri Bettollini e degli altri dirigenti renziani, alla vigilia della direzione,  hanno sancito da una parte uno strappo profondo e dall’altro messo le premesse per scardinare il “Patto del Bravio” che voleva candidato presidenteAndrea Rossi, sindaco di Montepulciano. Ipotesi pensata anche per inserire nel cuore della Valdichiana un argine al leader renziano Stefano Scaramelli in vista delle regionali. E Scaramelli ha reagito candidandosi.

Rossi e Scaramelli si sono poi entrambi fatti da parte, e una volta preso atto che una sintesi non poteva essere espressa dal segretario provinciale Niccolò Guicciardini vista la sua indisponibilità per giocare la partita delle regionali, ecco spuntare la soluzione Nepi. E l’annessa unanimità, che ha di fatto solo sospeso una partita aperta.

Ma nulla è emerso sul piano del confronto di contenuti. E solo a Siena queste elezioni secondarie hanno suscitato uno scontro tanto profondo, quanto utilizzato solo in chiave di deterrenza rispetto alle diffuse ambizioni verso le elezioni regionali. Insomma, è stata una prova d’orchestra, per far suonare tutte le proprie trombe al momento delle candidature per la Regione. Chi ha stonato, chi ha accordato bene gli strumenti, lo si capirà a breve, visto che
si voterà a marzo. E chi, mutuando da Renzi, ha dato dei “gufi” a chi ha semplicemente rappresentato la realtà di divisioni profonde e tutte ancora irrisolte, forse aveva voglia di scherzare. O magari di lasciarsi andare a quell’ “orgoglio di partito”, che è senz’altro da rispettare quando viene espresso da iscritti e dirigenti di base, che alimentano solo della propria passione l’impegno politico, nel più puro spirito di volontariato. Ma se all’orgoglio identitario fanno appello i dirigenti che poi si contendono, oltre ai posti di responsabilità anche le poltrone, allora c’è poco da stare allegri.

Oltretutto nella carenza più totale di una piattaforma programmatica territoriale condivisa o anche contrapposta. Perché se c’è qualcuno che sa spiegare quale sia il contenuto che sottintende all’elezione di Fabrizio Nepi, beh è davvero un mago. Una volta misurate le forze e preso atto che nessuna delle candidature in pista avrebbe ottenuto i due terzi dei voti necessari, la realtà è che a poche ore dalla Direzione, il partito della provincia di Siena era sull’orlo di un commissariamento di atto. Nepi, persona per bene che ha ben compreso quale sia stato il suo ruolo,  ha rappresentato l’ultima carta per non giocare una partita che nessuno avrebbe vinto. Se i passi indietro dei contendenti abbiano aperto la strada anche a scenari futuri magari già patteggiati – presidenza di un Ato, candidatura regionale, cambiamento ai vertici del partito – questo lo capiremo solo vivendo. Qualche traccia dell’agenda politica futura del massimo partito della provincia, la si intravede, semmai, leggendo tra le righe delle dichiarazioni, molte entusiastiche fuori di misura, elegiache addirittura sul tema dell’unanimità. Per esempio, lo sguardo alla galassia renziana, fa emergere, toni, contenuti e atteggiamenti ben diversi, lasciando però aperti interrogativi che avrebbero bisogno di maggiore chiarezza: Juri Bettollini, dimissionario che si è sacrificato per non soggiacere ad un disegno politico che non poteva condividere, scrivendo su Fb, recupera anche il linguaggio generazionale dei renziani della prima ora: “Raga, ‪#‎stiamosereni!!……….ricominceremo presto, nei luoghi dove siamo nati, in mezzo alla gente, alla nostra gente, per prenderci impegni concreti e perché la sfida che ci aspetta tra qualche mese, porterà quel cambiamento vero da tanto atteso. E stavolta, raga, non si fanno prigionieri e questa è una promessa!!”. Primo quesito: chi sono quelli da non fare prigionieri? Luigi Dallai: “Le divisioni nel Pd senese rispecchiano l’incapacità di confrontarsi al proprio interno”. Bene, è una frase forte – soprattutto perché viene dal parlamentare renziano – che esprime una critica verso il segretario provinciale e i vertici del partito? E allora perché non fare nomi e cognomi? Oppure solo una generica autocritica che lascia il tempo che trova. Dallai aggiunge anche una speranza: “Ora è il momento di unire tutte le forze”. Uniti dopo aver espresso una linea precisa, dopo un confronto che recuperi il vuoto congressuale, e faccia capire anche alla gente normale, dove voglia andare questo Pd e quale idea abbia per rilanciare una provincia fuori da tutti i giochi? Oppure uniti per orgoglio di partito e basta. Poi si legge Stefano Scaramelli, che dice: “A guidare il territorio deve essere una nuova classe dirigente”. In questo caso è chiaro che Scaramelli, unico sindaco toscano voluto da Renzi nella Direzione nazionale, la canta a Guicciardini e ai vertici del partito. E allora c’è da capire se stavolta Dallai sia d’accordo o meno. Questioncella non da poco: perché finora i due renziani più alti in grado non sono mai andati in sintonia. Anzi, solo una volta: nella richiesta comune di evitare la conta congressuale, invitando tutti ad aderire alla candidatura Guicciardini, che in congresso se la vide, così, solo con Burresi. Errore colossale per la complessiva credibilità del renziano senese. Non è questione di risiko interno, di guerre di posizionamenti. Resta evidente lo scollamento fra gli equilibri e le vittorie renziane quando la platea di voto è estesa fuori dai confini del partito. E la conta dei numeri interna, quando a votare sono solo gli iscritti piddini. Un doppio binario irrisolto. E il fatto è che la guerra interna al Pd, la mancanza di chiarezza su chi comandi davvero, la tentazione a continui accordi verticistici che taglino di netto il coinvolgimento della base, la sconta poi la gente normale, che vive in quel territorio senese depredato sì per le scorribande della finanza disinvolta e incompetente. Ma che non avrebbe potuto avere campo libero se non avesse avuto le spalle coperte dalla politica, e dal Pd in primo luogo. A breve, con l’assemblea comunale imminente per la sostituzione del dimissionario Alessandro Mugnaioli, altro giro altra corsa. Le minoranze, attraverso Alessandro Pinciani e Gianni Porcellotti,  si sono già espresse chiedendo un nuovo congresso. C’è da capire non solo cosa voglia fare la maggioranza, ma anche cosa sia oggi, la maggioranza del Pd della città, da chi sia composta, con quali numeri e seguito. Quale atteggiamento abbia rispetto alla giunta di Bruno Valentini  e alla sua maggioranza, dove Siena Cambia è stata messa all’indice dal documento dei segretari cittadini, che va considerato sottoscritto da tutti fino a quando i distinguo non saranno espliciti e pubblici. Di mugugni sotto traccia non ci sarebbe più bisogno. Né di soluzioni al chiuso delle stanze, che continuino a rinserrare il Pd senese dentro una sorta di fortino, in preda a guerricciole e rivalse personalistiche. Fuori luogo e fuori tempo massimo.

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