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La Rubrica di Daniele Magrini – Mps, le prime condanne e la condanna del mercato

3 novembre 2014

Daniele Magrini

 

condannaLa prima sentenza sullo scandalo Monte dei Paschi, sull’ostacolo alla vigilanza in merito al derivato Alexandria, è di condanna per Giuseppe Mussari, Antonio Vigni e Gianluca Baldassarri. Ma non è definitiva. E il processo più corposo, quello su Antonveneta, si terrà a Milano. Le prime condanne sul passato dei big della banca, arrivano comunque in contemporanea alla condanna del presente del Monte dei Paschi. Il mercato, infatti, sta esprimendo sentenze definitive, drammatiche, sul Monte dei Paschi post-scandalo, impallinato dagli stress test europei. In Borsa la banca ha perso il 40% del suo valore, bruciando 2036 milioni, e ora è con l’acqua alla gola.

Senza metter mano immediatamente ad un piano di reazione che comunque dovrà arrivare entro il 10 novembre, lasciando il Monte in balia dello scempio del mercato, il presidente Profumo ha ammesso che l’ «indipendenza della banca è in discussione». Di fronte a questo sfascio, il presidente della Regione Enrico Rossi, dice al Governo di «entrare temporaneamente nel capitale di Mps», o tutto va in fumo. E mentre il Premier Matteo Renzi dice che il «caso Mps non è irrisolvibile», due esponenti di primo piano del renzismo senese, nel sabato di Ognissanti, si esprimono con parole finalmente nette, senza cerchiobottismi.

Scrive su Fb, Stefano Scaramelli, membro della Direzione Nazionale del Pd: «Crisi della Banca Mps? Basta con l’ingerenza della politica, basta con manager politicizzati, basta con la presunzione di voler conquistare il mondo, basta con le manie di grandezza. Si può essere forti e tornare a essere grandi se si rende forte un territorio e lo si fa grande. Occorre tornare ad operare nella parte centrale dell’Italia e ripartire da dove è partita la nostra storia. Si affidi l’attuale gestione ad un commissario straordinario che sappia di banca e che ponga un freno a chi vorrebbe speculare svendendo all’estero la nostra storia e la nostra tradizione. Solo così si può salvare Mps. Ripartendo da Siena e dalle sue Terre».

E il sindaco Bruno Valentini, rilancia su Fb la dichiarazione riportata da Repubblica: «Se i manager di Mps non sono capaci di elaborare una strategia rapida e tempestiva è bene che lascino il posto ad altri. La proprietà lo deve pretendere da chi guida una banca solida, razionale ed efficiente, che sta subendo un’irrazionale perdita di valore, anche per operazioni speculative che ne favoriscono l’incorporazione in un gruppo più grande».

Il presente resta disseminato di macerie e sconfitte. E chissà come andrà il futuro immediato, e non, della città, su cui graveranno a lungo le conseguenze delle nefaste scelte del decennio passato, operate dalla politica e dalla finanza deviata. Come appare ancora più chiaro – se ce ne fosse stato bisogno –  dai verbali dell’interrogatorio di Gabriello Mancini, pubblicati da La Nazione, gli ex vertici della banca hanno agito potendo contare sulle coperture garantite dall’allora Ds senese – fiancheggiato dai big nazionali del passato – con l’aggiunta delle complicità trasversali di Forza Italia “verdiniana”, fino aGianni Letta e Berlusconi.

Giova rileggerli alcuni passi di quei verbali. E’ Mancini, non certo esente da colpe, che parla: «La conferma dell’avvocato Mussari alla presidenza della banca nel 2009 avvenne quasi de plano. Però  ricordo una riunione alla quale partecipai in qualità di presidente della Fondazione, alla quale erano presenti l’onorevole Alberto Monaci, l’onorevole Franco Ceccuzzi, il segretario provinciale del Pd, Elisa Meloni, Cenni, Ceccherini e Bezzini, candidato del Pd alla presidenza della Provincia, Alfredo Monaci e, forse, anche Giuliano Simonetti, componente della Deputazione generale della Fondazione, nel corso della quale si discusse delle nomine per il cda e si decise di aumentare da 10 a 12 i componenti del consiglio. Tale aumento fu necessario per accontentare Mussari e Ceccuzzi che volevano un altro componente in consiglio di amministrazione».
E ancora: «La nomina di Antonio Vigni (quale direttore generale, ndr) era fortemente voluta dal sindaco Maurizio Cenni e dalla Fisac-Cgil».
E per concludere – è ancora Mancini che parla – ecco chi decideva sulle scelte bancarie da compiere: «Ricordo che nel dicembre 2006, insieme al provveditore Parlangeli, mi incontrai con alti dirigenti del Banco di Bilbao, con i quali raggiungemmo un’ipotesi di fusione. Ma l’allora sindaco Maurizio Cenni, l’allora presidente della Provincia Fabio Ceccherini e l’onorevole Franco Ceccuzzi non acconsentirono».

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Categorie:libero contributo
  1. Dantès
    3 novembre 2014 alle 6:42 pm

    bravo Scaramelli! deve un po’ recuperare dopo qualche cazzatina poco onorevole per il capo dei renziani nel territorio senese, forza, caro, tiri fuori un po’ di grinta seria, alla Renzi proprio.

  2. Giorgio Finucci
    4 novembre 2014 alle 9:55 am

    Questa cosa della banca regionale inizia a diventare piuttosto dibattuta, ma gli estimatori non dicono una parola su chi dovrebbe ingozzarsi tutte le sofferenze e tutti gli altri troiai (derivati). Inoltre non dicono nulla sulle oltre tremila persone che lavorano a Siena…..
    Allora credo sia giusto far presente che più la banca si riduce più è insostenibile e non il contrario. Insomma rifare la banca Toscana, in questo momento, non è assolutamente possibile, perché la struttura di direzione generale è tarata per molto di più e, soprattutto perché ci sono 22 miliardi di crediti deteriorati che non permetterebbero la sopravvivenza a nessuna banca di medie dimensioni. Forse se lo Stato mettesse una settantina di miliardi per creare una bad bank, allora si potrebbe riparlare di banca Toscana, ma anche in quel caso a Siena avanzerebbero 1000 persone e non oltre 3000. Se questa vi sembra una soluzione……

    • 4 novembre 2014 alle 10:03 am

      Secondo me l’unica soluzione è che la banca venga comprata da una banca straniera… Ma forse mi sbaglio

  3. Giorgio Finucci
    4 novembre 2014 alle 1:39 pm

    Caro Santo a mio modo di vedere la miglior soluzione è che facciamo l’aumento di capitale e che proviamo a rimanere indipendenti, nella speranza che lo Stato faccia il prima possibile, quello che hanno fatto gli altri Stati in tutto il mondo. Se non si mettono soldi pubblici nel sistema bancario per fare una bad bank per le sofferenze, il sistema bancario potrebbe non farcela da solo. Hai visto le risposte delle grandi banche su BMPS… Tutti no. Sarà sempre peggio perché tutte, chi più chi meno, sono piene di sofferenze e certamente non gli interessano quelle degli altri.
    Sicuramente andrebbe bene anche una banca estera e non è detto che alla fine dell’aumento non sia così.

  4. investor
    7 novembre 2014 alle 4:37 pm

    La bad bank solo in Italia non si può fare perchè i miliardi che mette lo Stato vanno sul debito pubblico. Poi siccome i soldi non li ha , come accaduto con le bad bank di irlanda e spagna, dovrebbe chiederli al fondo salva stati e quindi il paese sarebbe commissariato. Se invece la bad bank pesasse sul bilancio della Ue allora sarebbe debito europeo e non conteggiato sui debiti nazionali, dove noi siamo quelli messi peggio.,

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