Federico Muzzi Il Santo - Foto

IL FIASCO DI SIENA – DER SPIEGEL (traduzione dal tedesco SILVIA TOZZI)

Con i potenti mezzi della redazione de IL SANTO ecco a voi l’articolo integrale del giornale tedesco DER SPIEGEL.

Buona lettura e un grazie sentito a chi ha permesso di poterlo leggere in italiano.

IL FIASCO DI SIENA

Ci sono voluti 535 anni alla Banca più antica del mondo, il Monte dei Paschi, per accumulare la propria ricchezza. Tre anni di crisi sono bastati per perderla. Una città ideale toscana sperimenta l’irruzione della realtà nell’idillio –non diversamente da quel che accade oggi nel paese.

 

 

A Valentina rimangono esattamente “ un momento: 22 ore”. Poi non ci sarà più futuro. Domani alle 18 deve –“dovrebbe!”, dice Valentina – presentare i documenti alla unione italiana del calcio, per iscrivere la sua associazione in serie A. Sarebbe un trionfo, la meritata conclusione dopo una stagione, in cui le calciatrici di Siena hanno potuto qualificarsi per l’ascesa al massimo livello della Lega.

Il problema non sarebbe quello di consegnare in tempo i documenti a Roma, ma di pagare i 17.000 euro della tassa d’iscrizione. Lo sponsor di sempre è venuto meno, il fax parlava di “decisione interna”, sotto l’intestazione con l’insegna del “Monte dei Paschi”. E poi, augurava buona fortuna.

Valentina Lorenzini è allenatrice, massaggiatrice, organizzatrice del “Siena calcio femminile”. Una robusta quarantatreenne che non vuol comprendere come nella sua città qualcosa sia finito per sempre. “Abbiamo vinto e non possiamo avere la promozione. A che punto siamo arrivati?

Ma c’è ancora tempo, sono le 20, forse si trova ancora qualcuno.

Prima era sempre così a Siena, questa città ideale toscana, dove persino i tombini hanno l’aria di essere stati scalpellati dal Bernini. Un Comune su cui anno dopo anno sono stati riversati i ricavi di una grande banca, il Monte dei Paschi di Siena (MPS), come una manna scaricata da un treno. Quando 150 milioni, quando 200 milioni di euro. E questo con una popolazione pari a quella di Sindelfingen.

Siena è sempre stata vista come  felice eccezione in Italia, una specie di Tübingen toscana, con ospedali funzionanti, raccolta differenziata dei rifiuti, autobus gratuiti per gli studenti.  E adesso non ce la fa neanche più a garantire un’iscrizione in serie A. Le casse sono vuote, la grande banca deve procurarsi denaro in prestito, le elite hanno fallito, in città ha preso il comando un commissario. Da eccezione Siena è diventata immagine dell’Italia.

Per i più, non si tratta di un complimento.

Ce l’hanno in parte con la crisi del debito, in parte con lo Stato italiano, ma il fatto è che ora a Siena, alle 20, qualche centinaio di senesi con finte trecce  alla Timoschenko e ciucci in bocca sciamano nel Campo, percuotendo tamburi e agitando bandiere.

Ecco l’ “Onda”, la contrada del quartiere retrostante il Palazzo Comunale, che ha vinto l’ultimo Palio. E’ passata oltre una settimana, ma ancora si festeggia, si banchetta per strada, e dato che il cavallo si chiama Ivanov le donne portano queste trecce come la donna ucraina, il cui nome suona in qualche modo russo, e il ciuccio in bocca significa che la vittoria ha fatto rinascere il quartiere.

Anche Valentina, l’allenatrice, è dell’Onda. E’ stata battezzata in contrada e in un giorno lontano sarà portata da morta nella chiesa della contrada. Qui  si fa così. 

I 17 quartieri, le “contrade”, sono il mistero della città. Portano nomi che risalgono al Medioevo, Giraffa, Chiocciola, Leocorno, hanno i loro riti battesimali e funebri, proprie bandiere, simboli, giornali, ognuna ha un “capitano” Il “Corriere di Siena” riserva ogni giorno una pagina alle contrade.

Per alcuni si tratta di una forma esemplare di democrazia comunale, a cui si deve tra l’altro il ridotto tasso di criminalità a Siena. Per i critici  le contrade sono invece un intreccio di interessi che sotto il look del folklore cercano di attingere più denaro possibile dalla cornucopia della banca.

  Un giudizio non esclude l’altro. Non c’è dubbio che le contrade non avrebbero potuto funzionare tanto bene, se non avessero avuto un qualche accesso ai ricavi sulla terza banca italiana in ordine di grandezza.  A Siena,  Comune e  Provincia sono presenti nel consiglio di amministrazione della Fondazione MPS, che è azionista di maggioranza della banca.

“Siena è nelle mani di un’oligarchia, che si palleggia le cariche”, dice Raffaele Ascheri, insegnante infuriato, ondaiolo per discendenza familiare (in realtà è della Selva, n. d. trad.), che ha un suo blog come “eretico di Siena”, e in diversi libri pubblicati in proprio delinea il quadro di una città dove democristiani voltagabbana, comunisti voltagabbana e capitani di contrada si contendono le prebende.

Il nemico prediletto dell’eretico è Giuseppe Mussari, l’uomo che secondo lui non ha solo  portato Siena a fare fiasco: “Non capisce neppure bene l’inglese, per non parlare delle nozioni bancarie”. Mussari è stato per anni presidente della Fondazione e fino all’aprile scorso, presidente del MPS. Attualmente presiede l’ABI, l’unione delle banche italiane.

Per anni la città non ha avuto niente da dire su Mussari, anzi ne è stata estremamente soddisfatta. Che si trattasse di allevamenti dei buoi maremmani minacciati di estinzione, di trasporti di ammalati, o di un banchetto della Giraffa, “la banca” pagava. 233 milioni di euro nel 2008, 180 milioni l’anno successivo. In un quindicennio sono stati erogati circa due miliardi di euro. In una città di 55.000 abitanti.

Andava un po’ come negli sceiccati della regione del Golfo. Bastava che i cittadini presentassero le richieste, e per lo più i sogni diventavano realtà: Siena Biotech, un centro di ricerca farmacologica. La superstrada per Firenze. Un reliquiario di Francesco di Vannuccio. Una mostra su Donatello. Autobus scolastici. Una piscina. Tutte cose importanti e buone.

Persino nel 2010, anno di crisi, sono stati distribuiti 109 milioni. E poi l’anno dopo: “Niente. Solo i progetti in corso”. Lo dice il Capo della Fondazione MPS, che preferisce non essere nominato, perché basterebbe una parola per spingere ancora in basso i valori di borsa. Siede nel palazzo della Fondazione, con affreschi alle pareti, una Venere di Domenico Beccafumi nella sala riunioni.

Quanto potrà ancora restare alla parete il quadro di questa signora? All’inizio dell’anno la Fondazione aveva ancora un debito di un miliardo di euro, in gran parte nei confronti di organismi finanziari internazionali come J.P. Morgan e Credit Suisse, che non è facile tenere a bada. Non c’è collezione d’arte che sia più al riparo.

Il peccato originale e la cacciata dal paradiso vengono fatti risalire, in retrospettiva, al 2007, l’anno delle fusioni. I piccoli istituti bancari come il “Monte”, come da tutti era chiamato, non avrebbero avuto alcuna chance nel mercato finanziario globale. Neppure considerando che era in affari dal 1472 e  faceva credito quando ancora Colombo imparava a navigare a vela. 

Quando andò a picco la grande banca olandese ABN Amro, la filiale italiana Antonveneta, insediata nel ricco nordest del paese, passò alla grande banca spagnola Santander. Gli spagnoli, intenzionati a vendere, avevano avuto dal fondo francese BNP Paribas un’offerta per Antonveneta di circa sette miliardi di euro.

I senesi offrirono, non richiesti, due miliardi di più. Un prezzo d’affezione, offerto da gente, che evidentemente s’intendeva poco di mercati finanziari, e molto di storia del Palio, di contrade e di altre cerchie di potere. L’amministrazione cittadina dette la sua benedizione. “Ne verranno grossi vantaggi per gli azionisti” dichiarò il futuro sindaco Franco Ceccuzzi per la sinistra democratica. Era il novembre 2007.

Poche settimane prima, in Gran Bretagna, la Banca Northern Rock aveva avuto difficoltà di rifinanziamento. Sei mesi dopo la crisi finanziaria era in pieno svolgimento, e la quotazione del MPS  era in rapida discesa. Il MPS finanziò l’acquisto di Antonveneta anche con un aumento di capitale di cinque miliardi di euro,  da reperire presso gli azionisti, in primo luogo dal maggior azionista, la Fondazione. Quest’ultima dovette mettere a disposizione oltre due miliardi di euro, per contribuire all’acquisto di Antonveneta.

Per questo il MPS detiene molti titoli di stato a lunga scadenza: oltre 25 miliardi di euro.  Sono titoli cartacei che non  valgono necessariamente più come sicurezza. A metà luglio l’agenzia americana Moody’s ha ulteriormente abbassato il rating dell’Italia.

Inoltre l’autorità europea di vigilanza sulle banche aveva accertato con lo stress test un deficit di capitale del MPS, fissando a 3,2 miliardi di euro l’aumento di capitale necessario. A questo punto la Fondazione ha dovuto retrocedere, e si è decisa a mettere in vendita il 15 per cento della Banca. Una rivoluzione.

Un disastro.

  “E’ un momento difficile, ma passerà”, dice Franco Ceccuzzi, fino a poco tempo fa sindaco di Siena. Fino a quando una parte della sua coalizione di centro-sinistra gli ha negato l’approvazione del bilancio. Da allora un commissario venuto da Roma governa l’orgogliosa Siena. “E’ stato un tradimento da parte di persone, a cui non va a genio il mio nuovo indirizzo”, dice Ceccuzzi. E’ un quarantacinquenne  dagli occhi di cerbiatto spalancati, figlio della “Toscana rossa”, che proviene da una famiglia contadina comunista.

“E’ stato un errore da parte del Comune voler controllare le azioni”, ammette Ceccuzzi. “Questo ha comportato uno sforzo finanziario eccessivo per la Fondazione, quando è sopraggiunta la crisi finanziaria”. Appeso sopra la sua testa c’è un ritratto di Robespierre. E’ il logo dell’agenzia, che svolge il lavoro di comunicazione per conto di Ceccuzzi. “un’amministrazione pubblica” dice lui, “non è in grado di controllare se stessa. Come può farlo con qualcosa di complicato come una banca?”.

Già, nel maggio scorso Moody’s ha espresso “prospettive negative” per la rispettabile banca, abbassandola nuovamente di grado. A fine giugno il nuovo direttore generale Fabrizio Viola ha attivato un ulteriore prestito statale di quasi due miliardi di euro. Il MPS è il primo istituto finanziario italiano che ha dovuto fare ricorso all’aiuto statale.

Fabrizio Viola è un banchiere proveniente da Milano, rotondetto e calvo, non è certo uomo da talkshows, e proprio per questo è stato chiamato a fare il direttore generale. Ma soprattutto Viola non è un senese. E’ un salvatore venuto da fuori, una specie di commissario, il Monti del “Monte”. “ Siamo ancora una banca che esercita il credito alla maniera tradizionale, una banca radicata ovunque in Italia”, dice Viola. E si raccomanda di  fare una chiara distinzione tra banca, Fondazione e Comune.

Un affresco, dietro di lui,  mostra una scena apocalittica, con figure mezze nude che si contorcono allungando disperatamente le braccia verso l’alto. “Non vuol dire niente” afferma Viola, “Non vorrei commentare le decisioni strategiche dei miei predecessori, ma piuttosto guardare al futuro. C’è stata probabilmente in passato una specifica volontà di ingrandire una banca come il MPS, per continuare ad essere concorrenziali a livello nazionale”.

Insieme al Comune ha redatto un piano di risanamento: “per alcuni sarà doloroso. Ma di sicuro, non soltanto per i senesi”.

Entro il 2015 si dovranno chiudere 400 filiali, ossia quasi una su sette, saranno aboliti i premi e si licenzieranno 4600 dipendenti. Così Viola realizzerà un risparmio di 630 milioni di euro.

Siena non corre il rischio di diventare la Napoli della Toscana. Continueranno ad arrivare schiere di turisti, finché il Duomo resta in piedi, finché la torre del Comune getta la sua snella ombra sui mattoni del Campo, e due volte l’anno si corre il palio. Ma senza “la banca”, il babbo sempre disponibile, è venuta meno quella fiducia di fondo, che in città sarebbe andato tutto bene.

I trasporti  per i malati e gli anziani non sono più gratis. Siena Biotech ha dovuto chiedere la cassa integrazione per buona parte degli addetti. L’Università è in profondo rosso e  si appresta a chiudere degli istituti. Per la prima volta, da anni, la scorsa primavera si sono avuti in centro rabbiosi cortei che non avevano niente a che fare col palio.

“Sulle prime c’è stata una specie di panico” dice Caterina Barbetti, presidente del club per bambini Giocolenuvole, che ha dovuto chiudere le sue iniziative gratuite. “La gente era abituata al fatto che le analisi del sangue erano gratis, che c’erano gli autobus per le scuole, e in estate i bambini potevano scegliere se andare a vela o a cavallo. Ora è finita”.

Barbetti teme che d’ora in poi soltanto i più abbienti potranno permettersi di accedere ai servizi pubblici. Fino ad oggi la città aveva incorporato i contributi della banca nel bilancio normale. Quindi l’irruzione della realtà nell’idillio senese non è soltanto un fatto negativo: “D’ora in poi dovremo far conto di più su noi stessi”.

Nella provincia di Siena ci sono non meno di 330 associazioni di volontariato con 27.000 membri attivi. La rete sociale è un tessuto solido e affidabile. “Siamo in grado di affrontare la crisi meglio di altre città”, afferma Simonetta Pellegrini, responsabile provinciale per il welfare la formazione e il lavoro. “Non c’è soltanto la solidarietà delle contrade. Ci sono  offerte volontarie per qualsiasi cosa. A Siena si può vivere dignitosamente anche con pochi soldi”.

Siena ha in comune anche questo con il resto d’Italia – ed è  una differenza rispetto alla Germania: un crollo economico  non si traduce necessariamente in crisi sociale.

Il sindaco dimissionario Franco Ceccuzzi sosta per una foto lungo la strada, le tegole di cotto senese risplendono nel sole del pomeriggio. Ieri sera è scaduto il termine per l’iscrizione in serie A. Nel quartiere dell’Onda sono già pronti i tavoli per la prossima cena di contrada. La vita continua. Anche Franco Ceccuzzi si presenterà di nuovo, sembra che il partito lo sostenga. “Venga per il Palio di agosto”, mi dice. E come per riflesso automatico segue la frase.”E’ invitato dalla banca”.

  

ALEXANDER SMOLTCZYK

Der Spiegel 32/2012 

 

5 replies to “IL FIASCO DI SIENA – DER SPIEGEL (traduzione dal tedesco SILVIA TOZZI)

  1. La storia si ripete. E’ un classico. L’Itaglia da quando è stata liberata ha sempre sofferto da allora la “sindrome del liberatore”, s’aspetta sempre qualcuno che venga da fuori a dirci e a farci quelle cose che non siamo in grado, per codardia ed interesse, di farci e dirci da soli.
    Chiaramente Sienina non fa eccezione, tranne pochi “matti” “rincitrulliti” “sognatori” “anonimi” e chi più ne ha più ne metta si assiste a questo povero teatrino dove chi soccombe in maniera, direi quasi imbarazzante, è soltanto la nostra stampa locale. Si quella stampa che secondo alcuni solo perchè qualcuno è iscritto all’albo allora ci racconta tutto!!!!
    Non ci voleva il giornale tedesco per farmi capire l’inestimabile valore che hanno gente come te caro Fede e come Raffaele o come i Fratelli Illuminati.
    Una cosa però bisogna che ve la dica, non siete professionisti dell’informazione, non siete iscritti a nessun albo……….aggiungo io MENOMALE!!!!!!!!! quelli isritti mi sembra che hanno sempre parecchio poco da raccontare….o no?

  2. cose in gran parte note (ai lettori dei blog seri) ma ora lo leggono ovunque, mio Dio! E’ agghiacciante quel “è invitato dalla banca” dove aver tentato di convincere il giornalista che lui pensava a separare politica e banca! autogoal clamoroso, non posso pensare l’Eretico quanto ci sguazzerà!

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
close-alt close collapse comment ellipsis expand gallery heart lock menu next pinned previous reply search share star