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Libero Contributo – Pierluigi Piccini risponde a Valentini Bruno in merito a BANCA 121

31 marzo 2016

RICEVO E PUBBLICO

Di ciò che non si sa è meglio tacere, sarebbe inoltre utile citare la delibera del consiglio di amministrazione della banca che dava pieni poteri, per la trattativa, a Pierluigi Fabrizi che ha gestito direttamente l’acquisto. Altre persone come Stefano Bellaveglia e Carlo Turchi purtroppo ci hanno lasciato.

Pierluigi Piccini

Pierluigi Piccini

Dal libro Siena, Un racconto degli ultimi 20 anni:LA CARICA DI 121

Un aspetto che le viene sempre rimproverato è quello di aver contribuito all’operazione di banca 121.

“Essendo sindaco non ho certo contribuito. A me fu paventata l’ipotesi e, dopo un colloquio informativo con Divo Gronchi, ritenni di non ostacolarla. Il tema centrale, se permette, qui è un altro…”.

Ovvero?

“Quello appunto se vi sia effettiva materia per poter esprimere dei rimproveri. Quelli che li hanno ossessivamente ripetuti hanno sempre dipinto una realtà fumosa che ha sempre puntato a nascondere la verità. Forse sarebbe il caso, una volta per tutte, di ripercorrere quella vicenda richiamandone correttamente le tappe ed i protagonisti…”.

Partiamo allora da un nome che i suoi ex compagni tirano sempre in ballo puntando l’indice accusatorio: l’ingegner Vincenzo De Bustis.

“Appunto, è bene ristabilire la verità raccontando chi è stato per la 121 e per Siena De Bustis, che avrebbe potuto venire a Siena già nel 1998. Era stato il partito a proporgli, all’epoca, la direzione generale di Montepaschi, ma lui declinò l’offerta perché, come vedremo, era nel bel mezzo della preparazione del piano di trattativa che avrebbe poi condotto alla vendita di Banca 121. Come vede c’è da ripercorrere un po’ meglio la storia…”.

Prego.

“Prima di arrivare nel Salento, l’ignegner De Bustis aveva una comoda posizione in Cofiri, la vecchia merchant bank dell’Iri e l’allora presidente della Banca Nazionale de Lavoro si mise in contatto con lui proponendogli la direzione generale della Banca del Salento che attraversava una fase di crisi ed aveva necessità di un rilancio. La ‘Salento’ era una piccola banca di 30 sportelli, ma con un’attività finanziaria molto spinta soprattutto sul mercato primario, con competenze di operatività sui mercati. La cura De Bustis funzionò, tant’è che tra il 1996 e il 1998 il nuovo modello di business aveva accresciuto il valore dell’istituto. Banca 121 era totalmente privata, e questo comportava il fatto che la proprietà dovesse investire per sostenere ancora questa strategia, oppure che cedesse il controllo ad acquirenti con capitali freschi. Andò in porto la seconda opzione e De Bustis preparò Banca 121 proprio per questo momento. Fu dato mandato a Mediobanca per il prospetto informativo. I soci di 121 avevano rapporti diretti con Cuccia allora, e Mediobanca assistette in maniera importante in questa fase. Il compito del direttore generale si era visto soprattutto nella fase immediatamente precedente: banalmente, a De Bustis fu chiesto di fare in modo che la banca valesse il più possibile. Ecco che, dopo essersi studiato i modelli delle banche americane, decise di trasporre la nouvelle vague di internet anche sul business bancario nazionale. Erano gli anni del boom della Rete e Banca 121 fu uno dei primissimi esempi italiani di un modello che all’estero andava già per la maggiore facendo accrescere di non poco il valore. All’inizio del percorso di vendita però non si fece avanti nessuno, eccetto Fondiaria, che essendo nell’orbita di Mediobanca voleva acquistare la 121 per quattro soldi, all’epoca 900 miliardi di lire. Anche su input dello stesso direttore generale, i soci non vendettero poiché avevano aspettative maggiori. Facendo pressione ancora su Mediobanca arrivò una seconda offerta, stavolta dal Sanpaolo di Torino, che mise sul piatto 2.100 miliardi di lire. I soci della banca erano soddisfatti e ci furono diversi incontri tra gli amministratori delegati dell’epoca, Masiera e Iozzo, in Sanpaolo. All’interno dell’istituto torinese, la quota dei soci facenti riferimento a Fiat volevano fortemente fare l’operazione. Una delegazione di 121 andò a casa di Gianni Agnelli, un incontro che si concluse con una stretta di mano che in pratica sanciva la chiusura del deal. Nel frattempo però a Siena, il direttore generale di Montepaschi Divo Gronchi, stava guardando con interesse da un po’ di tempo alla realtà di Banca 121. Un annetto prima aveva fatto invitare lo stesso De Bustis al Palio proprio come momento di raccordo. Ci fu un incontro tra l’allora presidente Fabrizi, il dg Gronchi e De Bustis a Rocca Salimbeni. De Bustis, che rappresentava gli interessi dei suoi soci, disse chiaro e tondo: ‘C’è in ballo un’esclusiva con Sanpaolo, ma se voi fate giungere un’offerta irrituale di 2500 miliardi i miei soci abbandoneranno l’ipotesi Fiat e venderanno a voi’. Qualche tempo dopo lo stesso De Bustis mi raccontò che dopo la riunione coi vertici di Mps da Torino si scatenò l’inferno. Umberto Agnelli mandò un aereo privato a prelevare i soci e i top manager di Banca 121, rimasero a colloquio ore per tentare di capire la strategia e se sotto in realtà ci fosse qualcosa, De Bustis stesso fu preso in separata sede e gli fu fatta un’offerta sontuosa: ‘Dicci quel che vuoi: ti offriamo posizione, cinque anni di contratto e la cifra la scegli tu…’. Nel frattempo si era mossa anche la politica nazionale, Luigi Berlinguer telefonava ogni giorno affinché l’operazione la facesse Siena. A De Bustis poi, a livello pugliese, arrivarono anche i moniti del vescovo di Lecce che invitava a non fuggire a Torino dove il Capitale avrebbe rovinato la banca del territorio. Pertanto tra politica, fede e i 2.500 miliardi d’offerta, Galateri chiese a De Bustis di scegliere. Quest’ultimo si trovava in difficoltà: da una parte avrebbe fatto sì guadagnare i propri azionisti, dall’altra sarebbe rimasto a spasso. Mps infatti non aveva previsto che, con l’acquisto di 121, vi fosse una garanzia anche per il dg dell’istituto salentino. De Bustis in quel periodo era in contatto col Fortis Group per una carriera all’estero e, a chiusura dell’operazione, fu chiamato da Salvatori, all’epoca amministratore delegato di Banca Intesa, per prendere il suo posto. Restava però il fatto che il suo futuro a Siena non era previsto nel pacchetto di negoziazione. E in più restava l’esclusiva con Sanpaolo che si sarebbe chiusa alla mezzanotte di un giorno stabilito”.

Insomma 121 doveva finire a Torino. Invece…

“Invece per garantire l’interesse dei propri azionisti, quelli di maggioranza, ma anche quelli di minoranza che dall’acquisto da parte di Mps avrebbero guadagnato molto di più, De Bustis all’incontro ennesimo col Sanpaolo disse: ‘Chiamate McKenzie, presentate un piano industriale, poi la governance e infine la fusione con Banco Napoli e ci date la maggioranza dei consiglieri’. Tutta questa operazione per avere ovviamente una risposta negativa dopo una trattativa estenuante. La trattativa finì In Mediobanca con l’acquisto da parte di Mps. Era dicembre. Bisogna anche ricordare le pressioni che lo stesso De Bustis ricevette da Vincenzo Maranghi: prima della firma, un sabato Maranghi telefonò a De Bustis dicendogli chiaro e tondo che 121 avrebbe dovuto finire a Torino… Nel frattempo De Bustis era rimasto, come si suol dire, alla finestra… Nel 2000 poi il suo nome tornò in pista: invitai De Bustis a un pranzo nel quale parlammo della strategia della banca, il ruolo che essa doveva avere, l’ipotesi che già circolava di scalare BNL… A maggio disse no all’offerta di Banca Intesa e venne a Siena. Restava il nodo di Divo Gronchi. Per non creare imbarazzi garantii personalmente i due: De Bustis avrebbe preso il posto di Gronchi e mi sarei impegnato a far modificare lo statuto della banca per la creazione della figura dell’amministratore delegato, carica che all’epoca non era prevista all’interno dell’organigramma, da conferire poi a Divo”.

Siamo nel 2000, lei si avvicina alla naturale scadenza del mandato, e intanto in banca e nel partito si stanno muovendo per ostacolarla. È vero che c’era anche Unipol tra i suoi oppositori?

“Verissimo. Tutto nasce da un sms che inviai proprio a De Bustis: gli facevo presente che Unipol era interessata a tutta la parte di bancassurance di Mps. Lui mi rispose: ‘Dobbiamo prima fare un piano industriale. Piano, piano’. Facciamo un passo indietro: in quel periodo Ligresti era in difficoltà, dopo che aveva dovuto comprare Fondiaria su richiesta di Maranghi, e pertanto si doveva vendere Mps Vita, che era metà della banca e metà della Sai. De Bustis si vide mandare avanti come interlocutore Ignazio La Russa per spingere l’operazione. Advisor era Deutsche Bank. Fu una negoziazione feroce, che finì con l’acquisizione della parte di Sai per 220 milioni di euro. Un prezzo bassissimo, ma che era pienamente in linea con quelle che erano le valutazioni di Deutsche, e il Monte si riprese il cento percento di Mps Vita. Dopodiché Unipol avanzò la pretesa di vedersi vendere l’intero pacchetto di Mps Vita per la cifra alla quale era stato rilevata la metà di Ligresti. De Bustis negò l’assenso, motivando il rifiuto con la logica: il prodotto valeva molto di più e non vedeva il perché di questo favoritismo. Io mi adoperai in prima persona per bloccare il canale politico che spingeva per questa vendita al ribasso. Mps Vita rimase per un po’ all’interno della banca. Bisogna precisare che il modo di valutare il valore delle compagnie assicurative si basa essenzialmente sull’advected value, ovvero si guarda la prospettiva del prodotto, e in quegli anni Mps era fortissima nel piazzamento. Ma andiamo al sodo: quanto valeva allora Mps Vita? Il numero magico fu1,2 miliardi di euro, ovvero la cifra a cui Axa comprò il tutto entrando di fatto nel cda di Montepaschi e facendo guadagnare non poco alla banca. Inutile dire che Ligresti da una parte, e i vertici di Unipol dall’altra erano furenti. La verità è che Unipol e Hopa erano un vero e proprio comitato d’affari all’interno del quale stavano cercando di inglobare anche Mps. Del resto ricordo un episodio: De Bustis mi ha raccontato che, davanti alla ipotesi di un aumento di capitale per Hopa, chiese in consiglio d’amministrazione la redditività di quella struttura. Fabrizi, uno che in cda non parlava mai, prese la parola e si spese in una filippica per sostenere la faccenda”. 

Quindi De Bustis ha portato ricchezza?

“Vincenzo De Bustis ha creato Banca 121, che Montepaschi acquistò grazie alla sapienza di gestione delle trattative di Divo Gronchi. Da manager della banca ha sicuramente fatto gli interessi di Mps e dei senesi, la vicenda di Mps Vita sta lì a testimoniarlo”.

Resta un fatto: Banca 121 fu un acquisto che oggi molti continuano a criticare, sia per costi che per utilità…

“Continuano per ignoranza: Banca 121 fu acquistata al suo reale valore. De Bustis aveva contribuito a farla crescere e a specializzarla su un modello che la rendeva innovativa e quindi appetibile. La verità è che purtroppo l’investimento non fu messo a rendita. Oggi si parla moltissimo di banche e multicanalità, questa è una condizione fondamentale nella strategia di un istituto di credito. Con Banca 121 Mps avrebbe potuto essere la prima banca multicanale d’Italia in tempi non sospetti. Per fare ciò però avrebbe dovuto esserci la volontà di proseguire e credere nella strategia. Invece da 121 furono presi i fondi My Way, che la Banca aveva come tutte le altre ma che certo non fu comprata per quelle peculiarità. L’utilità di 121 era invece quella di riuscire ad avere una struttura che appunto riuscisse a garantire quella multicanalità che oggi viene perseguita come fattore d’arricchimento e di crescita per gli istituti. C’è anche da dire che l’11 settembre 2001, l’attentato al cuore dell’America, produsse uno choc fortissimo ai mercati e le compagnie di business su internet si trovarono tutte a leccarsi le ferite. Sono occorsi anni per rialzare la testa e far ripartire il settore. In più il presidente della banca non sapeva cosa farci con un prodotto del genere e infatti le potenzialità di rafforzamento e crescita di Mps grazie a 121 non furono mai sfruttate. Ma il suo acquisto era e poteva essere utile eccome per Montepaschi”.

Banca 121 è passata alla storia non come un’opportunità. Sempre nel periodo dell’acquisizione gli inquirenti avviarono un’inchiesta a carico dei vertici della banca, a seguito di una denuncia presentata da due clienti della filiale di Bisceglie. Si denunciava in particolare la poca trasparenza dei prodotti finanziari “My Way” e “For You”. Cosa ricorda della vicenda?

“Facciamo un po’ di chiarezza anche su questo. My way era un prodotto nato in seno a Banca 121. For you invece fu una trovata di Montepaschi. Un’operazione valutata e studiata per più di un anno, che si rivolgeva agli investitori di medio termine. C’era un trucco però: sottoscrivendo l’investimento di fatto si andava a contrarre un mutuo con relativa segnalazione alla centrale rischi. Che significa? Che i risparmiatori che magari avevano necessità di linee di accesso al credito come prestiti e mutui si vedevano respingere la richiesta per la situazione in essere”.

Investimenti a medio termine rivolti a chi?

“A tutti. Imprenditori e piccoli risparmiatori. Pensionati anche. Partì talmente alla svelta e fu dato ordine ai promotori finanziari di proporre il prodotto che nei primi 20 giorni di For you non c’erano neppure i moduli di sottoscrizione”.

Chi volle un’operazione del genere?

“Piergiorgio Primavera, Antonio Vigni e Giorgio Olivato”.

Intanto però la gente firmava a propria insaputa…

“Foryou in tutto ha avuto un costo elevatissimo, diciamo pure che è costata quanto una banca importante. Il problema nacque anche quando gli stessi promotori iniziarono a dubitare della genuinità del prodotto. Ricordo che la gente mi segnalava, in quanto primo cittadino di Siena, i primi problemi che si manifestavano. Non sapevo che rispondere. Ebbi peraltro uno scontro telefonico molto forte con Stefano Bellaveglia che messo con le spalle al muro sulla faccenda continuava a nicchiare e a non rispondere. Chiese anche ad altri manager della banca di chiamarmi per tentare di rassicurarmi”.

La chiamarono?

“Figuriamoci, erano manager coi quali mi legava un rapporto di stima e amicizia, sapevano bene che avevo ragione e si guardarono bene dal chiamarmi”.

Le condanne però ci sono state…

“Sì ma giuridicamente hanno pagato solamente i commerciali, i promoter insomma. Non chi aveva messo nelle loro mani quei pessimi prodotti”.

 

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  1. Marco
    31 marzo 2016 alle 6:14 pm

    La vicenda di banca 121 la venderei un pochino meglio.

  2. 1 aprile 2016 alle 9:33 am

    Non c’è nulla più da vendere, Sig. Marco; la ricostruzione del Dottor Piccini è precisissima e per questa merita tutta la stima ed i ringraziamenti qui in pubblico. Chi come me ha vissuto sulla propria pelle le pressioni per la vendita di VisioneEuropa, poi rimodulata in 4You, ed ancora oggi paga l’essersi ribellato all’arroganza di allora dei vassalli dei sunnominati colpevoli non ha che da rendere merito ad una memoria così millimetrica e veritiera dei fatti, nella speranza che (e non troppo tardi) anche per altri eventi simili susseguenti gli organi d’indagine atti all’emersione della verità siano capaci di fare altrettanto e di attuare concretamente decisioni esemplari in merito.

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